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Non solo Mediterraneo: cresce la domanda di olio d’oliva nel mondo


di Alba Di Rosa, economista
24 Giugno 2019 - Agroalimentare
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L’olio d’oliva vergine ed extra-vergine (EVO) è un prodotto di primario interesse per l’Italia: il nostro paese ne costituisce il primo consumatore mondiale, nonché il secondo maggiore produttore ed esportatore dopo la Spagna. Ulteriori player significativi sono Grecia, Portogallo e Tunisia, che detengono rispettivamente una quota di mercato inferiore al 10%.
Sul fronte dell’import il mercato è caratterizzato dalla presenza di alcuni grandi clienti, primo tra tutti l’Italia, seguita dagli USA. Novità degli ultimi anni è la crescita della domanda mondiale di olio d’oliva vergine e EVO anche in paesi “non tradizionali”, elemento che testimonia la progressiva diffusione della dieta mediterranea nel mondo. Tra il 2012 e il 2018, gli incrementi più significativi della domanda di olio d’oliva vergine e EVO (in termini di tasso di crescita medio annuo) si notano nelle aree del Medio Oriente e del Nord Africa, che però rimangono mercati relativamente piccoli. In Asia è il Giappone il paese che più ha aumentato la sua domanda in valore nel periodo considerato. Nell’area europea aumenti significativi nelle importazioni non solo da parte dei mercati produttori, che integrano con le importazioni la propria produzione, ma anche nell’Europa continentale. Guardando oltreoceano, il più grande importatore di olio d’oliva risultano gli USA. Rilevante anche il mercato brasiliano; di dimensioni minori ma comunque in crescita il mercato messicano.


Alimento cardine della dieta mediterranea, l’olio d’oliva rappresenta un prodotto di primario interesse per l’Italia, del quale il nostro paese costituisce il primo consumatore ed il secondo esportatore mondiale. È la Spagna a precedere l’Italia come maggiore esportatore di olio d’oliva vergine ed extra-vergine (EVO). Il paese iberico ha costruito la sua leadership nel corso degli ultimi due decenni, arrivando nel 2017 a toccare i 3 miliardi di euro di esportazioni, per poi scendere sui 2.5 miliardi nel 2018. L’Italia si colloca invece su un ordine di grandezza inferiore, chiudendo il 2018 su quota 1.2 miliardi di euro. Congiuntamente, Spagna e Italia hanno rappresentato, lo scorso anno, più del 60% delle esportazioni mondiali del prodotto.
Gli altri maggiori player sul mercato si trovano a loro volta nel bacino del Mediterraneo, patria naturale dell’olio d’oliva: si tratta di Grecia, Portogallo e Tunisia, ognuno dei quali detiene attualmente una market share inferiore al 10%.

Il ruolo dell’Italia

Così come dal lato dell’export, anche sul fronte dell’import il mercato dell’olio d’oliva vergine ed EVO è caratterizzato dalla presenza di alcuni grandi clienti, primo tra tutti l’Italia (24% delle importazioni totali nel 2018), seguita dagli Stati Uniti (16%).
L’Italia si qualifica quindi come player di spicco sia dal punto di vista dell’offerta che della domanda: pur essendo un grande produttore, il nostro paese non risulta infatti autosufficiente. Negli ultimi anni l’import italiano di olio d’oliva vergine ed EVO è risultato costantemente superiore all’export, rendendo il saldo della bilancia commerciale strutturalmente negativo.

Secondo l’ultima pubblicazione Ismea (Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare), il rapporto tra export e produzione di olio d’oliva ha oscillato negli ultimi anni tra un minimo del 76% e un massimo del 218%, negli anni caratterizzati da una bassa produzione nazionale. Il nostro paese integra la produzione interna importando olio soprattutto dalla Spagna e, in quantità via via minori, da Grecia, Tunisia e Portogallo.

Mercati target: le nuove promesse

Guardando alla domanda mondiale di olio d’oliva vergine ed EVO negli ultimi anni, si nota un diffuso trend di crescita. Tra il 1995 e il 2018 la domanda mondiale è aumentata ad un tasso medio annuo del 6%, cifra che sale quasi al 7% se si considerano solo gli ultimi 7 anni. Tali dinamiche segnalano come l’olio d’oliva, alimento simbolo di una dieta mediterranea sempre più apprezzata nel mondo, si stia diffondendo anche al di fuori della tradizionale orbita di riferimento.

Focalizzandoci sul periodo 2012-2018, gli incrementi più significativi - in termini di tasso di crescita medio annuo - nella domanda di olio d’oliva vergine ed EVO si notano nelle aree del Medio Oriente e del Nord Africa: in particolare, da segnalare i casi di Tunisia, Marocco, Qatar, Kuwait e Israele, che però rimangono mercati relativamente piccoli. Più significativa la domanda in Arabia Saudita, le cui importazioni hanno raggiunto nel 2018 i 67 milioni di euro.
Per quanto riguarda l’Asia, mercato da monitorare è sicuramente il Giappone, il paese dell’area che più ha aumentato la sua domanda in valore tra il 2012 e il 2018 (+81 milioni di euro). Tra i mercati asiatici minori, incrementi significativi in termini di tasso di crescita medio annuo delle importazioni per Singapore (+9%), Taiwan (+16%) e Corea del Sud (+13%).
Nell’area europea aumenti significativi nelle importazioni di olio vergine ed EVO non solo da parte dei paesi produttori, che integrano con le importazioni la propria produzione (Italia in primis, seguita da Spagna e Portogallo), ma anche nell’Europa continentale. Si segnalano per Francia, Germania e Gran Bretagna i maggiori incrementi in termini di valore assoluto; crescita significativa in termini di tasso medio annuo anche per altri mercati minori dell’area UE, come Croazia (+16%), Bulgaria (+12%), Svezia (+11%) e Olanda (+10%).
Guardando infine oltreoceano, il maggiore importatore di olio d’oliva vergine ed EVO risultano senza dubbio gli Stati Uniti, che nel 2018 hanno superato i 900 milioni di euro di import. Rilevante anche il mercato brasiliano (quasi 300 milioni di euro di import nel 2018); di dimensioni minori ma comunque in crescita il mercato canadese (+7%) e quello messicano (+10%).


Variazione nelle importazioni di olio d'oliva vergine e EVO (2012-2018)



Fonte: Elaborazioni StudiaBo su dati ExportPlanning.


Olio italiano: limiti e potenzialità

Nel contesto descritto, per l’industria olearia nazionale risulta fondamentale riuscire a cogliere i nuovi spazi di crescita legati all’aumento della domanda nei mercati “non tradizionali”, in modo da mantenere il proprio ruolo di leader e non lasciarsi spiazzare né dal diretto competitor spagnolo né dai nuovi produttori che stanno emergendo nel panorama mondiale: si pensi ai casi di California, Cile, Argentina, Australia e Tunisia, che negli ultimi anni si stanno proponendo come produttori di olio d’oliva.

Secondo l’ISMEA, il punto di forza su cui l’industria italiana può puntare è sicuramente la qualità: tra gli oltre 100 oli di qualità riconosciuti dall’UE rientrano 46 prodotti italiani, elemento che testimonia come l’Italia presidi la fascia alta nell’industria olearia europea. D’altro canto, le difficoltà legate alla valorizzazione di prodotti DOP e IGP risiedono nel fatto che spesso per i consumatori non è immediato percepire il surplus di qualità che si nasconde dietro ad una denominazione di origine. Altro limite dell’industria italiana, in particolare rispetto alla diretta competitor spagnola, è la maggiore frammentazione della produzione, che genera minore efficienza, limitata capacità di investimento e innovazione tecnologica.


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