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L'economia turca: tra potenzialità e squilibri


di Alba Di Rosa, economista
26 Aprile 2018
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Se consideriamo il principale indicatore macroeconomico, l'economia Turca appare in forte salute, infatti a fine 2017 ha registrato un tasso di crescita del Prodotto Interno Lordo a due cifre. A questo corrisponde, tuttavia, un'inflazione anch'essa a due cifre, segnale degli squilibri che si stanno accumulando nell'economia. Ma il sintomo più evidente delle difficoltà attraversate dall'economia turca è il continuo deprezzamento del cambio, passato nell'arco di 10 anni da 1.5 lire a 4.5 lire per euro. Se si considera che negli ultimi anni questo deprezzamento è avvenuto anche in presenza di una politica attiva della Banca Centrale finalizzata a sostenere il cambio, emerge evidente la crescente sfiducia dei mercati internazionali verso le prospettive future dell'economia turca. Dal punto di vista dell'attrattività del mercato turco diventa quindi sempre più necessario prendere in considerazione anche un significativo rischio di cambio.


Guardando ai dati, la Turchia sembrerebbe attraversare una fase di straordinaria crescita, superando addirittura i ritmi di India e Cina: nel 2017 il tasso di crescita del PIL turco ha infatti toccato la soglia del 7%, contro il 6.7% dell'India e il 6.9% della Cina. Un'analisi più approfondita della realtà che si cela dietro i numeri rivela però una situazione complessa, segnalando squilibri che spaziano dall'ambito monetario a quello politico.


In primo luogo è necessario collocare il tasso di crescita registrato nel 2017 in una prospettiva storica. Il 2017 è l'anno che segue il colpo di stato militare del 2016: pur essendo stato sventato, tale evento ha comunque generato un forte shock e un'inevitabile rallentamento nei ritmi di crescita del paese.
In seguito a questo momento di flessione, l'anno successivo il governo turco ha implementato una serie di misure a sostegno della crescita, come sgravi fiscali per stimolare il consumo e l'occupazione, provvedimenti per promuovere la concessione di credito e spese infrastrutturali. Anche l'aumento delle esportazioni turche (+9% nel 2017), dovuto in buona parte ad una favorevole congiuntura mondiale, ha spinto verso una sostenuta crescita del PIL.


Oltre a questi fattori di natura transitoria, che hanno conferito particolare vigore alla performance dell'economia turca, sono da segnalare ulteriori elementi che portano a valutare con prudenza la solidità della presente fase espansiva:

  • Elevata inflazione

    Nel 2017 la variazione dei prezzi medi al consumo in Turchia è stata pari all'11%. Non si tratta soltanto una tendenza recente: negli ultimi 10 anni, infatti, l'inflazione del paese non è mai scesa al di sotto del 6%. È quindi in atto un significativo processo di erosione del potere d'acquisto dei cittadini.

  • Deprezzamento della valuta

    L'indebolimento della Lira turca è ormai un trend di lungo periodo, che non accenna ad arrestarsi. Come è possibile dedurre dal grafico presente nella scheda paese Turchia di BPER ESTERO, il deprezzamento è stato continuo dal 2007 ad oggi.

    Restringendo l'analisi agli ultimi 12 mesi, si nota come la Lira si sia indebolita del 27% nei confronti dell'euro e quasi dell'11% nei confronti del dollaro.
    La forte svalutazione degli ultimi anni sta avendo luogo nonostante l'operato della Banca Centrale della Repubblica di Turchia miri a contrastarla: tra il 2014 e il 2015, infatti, l'istituto centrale ha cominciato a decumulare riserve di valuta estera, operazione di politica monetaria che indica la volontà di sostenere il cambio.
    Alla luce dei dati, il rischio di cambio risulta significativo per chi opera a livello commerciale con la Turchia e accetta di ricevere un pagamento in valuta locale; ne consegue la necessità di predisporre adeguate coperture.

  • Deficit della bilancia commerciale

    Ulteriore elemento che pone la Turchia in una situazione delicata è il suo persistente deficit della bilancia commerciale (-5.5% del PIL nel 2017), che indica un ammontare di importazioni sistematicamente superiore rispetto a quello delle esportazioni.

    Come si evince dal grafico, mentre il saldo dei servizi risulta costantemente positivo nel periodo analizzato (in buona parte grazie all'industria del turismo), a livello di merci le importazioni del paese prevalgono nettamente sulle sue esportazioni. Un disavanzo commerciale comporta un flusso di valuta nazionale verso l'estero, che deve necessariamente essere compensato da un flusso uguale ed opposto, ad esempio attraverso l'ingresso di capitali esteri nel paese: la Turchia risulta dunque fortemente dipendente da flussi di investimento esterni, e di conseguenza vulnerabile a cambiamenti nelle condizioni di finanziamento (fonte: OECD).


Conclusioni


L'analisi dell'economia turca porta alla luce una doppia realtà: se da un lato il PIL corre, così come la borsa nazionale, dall'altro il tasso di cambio rivela la precarietà della crescita e tutti i suoi squilibri. Il governo sembra focalizzato su misure di breve periodo volte a stimolare l'economia in vista delle elezioni del prossimo anno (che potrebbero essere anticipate al giugno 2018 secondo un recente annuncio di Erdogan); l’amministrazione turca non punta invece a riforme strutturali che possano giovare al paese nel lungo termine. Questo scenario, unito ad una politica monetaria accomodante ed alla debolezza delle istituzioni, ha portato lo scorso mese Moody's a declassare il rating della Turchia, passando da Ba1 a Ba2: aumentando i costi di finanziamento per il paese, questa misura potrebbe porre ulteriore pressione su una realtà economica critica ma ricca di potenzialità.


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