a cura dello Studio Legale Padovan - 16 July 2024
di Marzia Moccia, economista - 29 July 2025
Dazi, dollaro e nuovi equilibri commerciali USA-UE: il prezzo della stabilità
USA, Stati Uniti
Dopo mesi di difficili negoziati, nel corso di una conferenza stampa congiunta, il 27 luglio gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno annunciato di aver raggiunto un accordo che prevede l’introduzione da parte di Washington di un'aliquota tariffaria del 15% applicabile alla maggioranza delle esportazioni UE dirette al mercato americano.
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen lo ha definito “l’accordo migliore possibile”, con il merito di creare certezza in uno scenario complesso, garantendo stabilità e prevedibilità alle imprese che operano tra le due sponde dell'Atlantico, lasciando così da parte l’ipotesi di un’escalation commerciale.
Il punto sulle relazioni con UE-USA
L’accordo USA-UE giunge a seguito di diverse misure tariffarie che hanno caratterizzato i primi 180 giorni di amministrazione Trump 2.0, che vale la pena sintetizzare ai fini di avere un quadro completo di cioè che è stato e di quello che sarà.
A seguito del Liberation Day, l’amministrazione americana aveva infatti introdotto:
a partire dal 5 aprile, un dazio doganale “minimo” del 10% sulle importazioni americane da tutti i partner commerciali;
a partire dal 9 aprile, un adeguamento del dazio “minimo” con dazi definiti “reciproci” per quei partner che contribuiscono al deficit commerciale americano. In prima battuta, per l’Europa, tale dazio era stato annunciato pari al 20%.
La misura è stata però inizialmente sospesa per 90 giorni – fino al 9 luglio – e successivamente ulteriormente prorogata al 1 agosto. A metà luglio, tuttavia, a fronte della complessità negoziale, in una lettera indirizzata alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, gli USA erano arrivati a minacciare dazi del 30% verso la UE.
Tale disciplina “specifica” per partner commerciale, si affianca inoltre ai provvedimenti che hanno interessato settori specifici, quali i dazi re-introdotti da marzo 2025 su acciaio e alluminio – con aliquote tariffarie oggi pari al 50% - e quelli in vigore da aprile sulla filiera automotive pari al 25%.
Complessivamente, quindi, sulle esportazioni UE sussistono contemporaneamente diverse tipologie di azioni tariffarie. La tabella che segue permette di avere una sintesi dello status quo per i maggiori segmenti di esportazioni UE verso il mercato americano.
Per ciascun comparto della classificazione ExportPlanning, sono indicate sia l’aliquota Most Favoured Nation (MFN), che rappresenta lo scenario baseline nei rapporti commerciali tra Unione Europea e Stati Uniti pre-Trump (ossia l'aliquota doganale standard che gli Stati Uniti applicavano a tutti gli altri membri del WTO) sia la tariffa media ponderata in vigore prima degli accordi scozzesi, che somma alla MFN i provvedimenti recenti.
Il framework del nuovo accordo USA-UE
Sulla base di quanto condiviso dalle parti, l’accordo tra Washington e Bruxelles prevede:
un’aliquota tariffaria generale del 15% applicabile trasversalmente a tutte le merci UE, incluso l’automotive;
un’aliquota tariffaria del 15% si applicherà anche ai settori dei semiconduttori e al comparto farmaceutico, attualmente priva di dazi (si veda tabella) ma sui quali l’amministrazione Trump assicura provvedimenti in arrivo;
definizione di una lista di prodotti strategici, sui quali porre in essere tariffe zero reciproche ("zero-for-zero"). Tra questi rientrano la filiera degli aerei e relative componenti, alcune categorie di prodotti chimici e farmaci di base, macchinari per la produzione di semiconduttori, alcune tipologie di prodotti agricoli, risorse naturali e materie prime critiche;
nessuna modifica all’attuale disciplina dei dazi in essere su acciaio e alluminio, pari al 50%, con l’impegno tra le parti di negoziare un taglio delle tariffe e l’introduzione di un sistema di quote d’importazione.
Un aspetto significativo dell’accordo concluso, è che, secondo i diplomatici europei, lo scherma dell’intesa prevede che l’aliquota della MFN verrebbe inglobata nel 15%.
Sebbene sia necessario attendere maggiori dettagli per poter avere un quadro completo dell’accordo raggiunto, l’intesa sembrerebbe essere relativamente “conservativa” rispetto al profilo tariffario già in essere dallo scorso aprile, prevedendo in alcuni casi un rialzo dell’aliquota (anche se su questo aspetto è importante aspettare la pubblicazione della lista di prodotti a tariffa zero per trarre una valutazione finale) e in altri un alleggerimento della tariffa in vigore, primo tra tutti per l’Automotive europeo.
Allo stesso tempo, l’Unione Europea si è impegnata ad aumentare gli acquisti energetici dagli USA (per una somma pari a 750 miliardi $), oltre che a rafforzare progetti di investimento nel mercato; aspetti che hanno portato molti commentatori a definirlo un “accordo amaro”, tenuto conto del fatto che la UE applica alle esportazioni USA unicamente le aliquote MFN, previste nell’ambito del WTO.
Deprezzamento del dollaro: un’ulteriore minaccia
Un secondo fattore da dover considerare è che oltre alle tariffe, sulle esportazioni europee pesa la dinamica della recente svalutazione del dollaro.
Dall'insediamento del Presidente Trump, infatti, il valore del dollaro rispetto all’euro ha iniziato a indebolirsi, passando dall’1.04 di gennaio all’1.17 di luglio, per una svalutazione complessiva del 13%.
La svalutazione del dollaro rispetto all'euro rende ancora più cari i beni venduti dall’UE sul mercato degli Stati Uniti, sommandosi all’azione delle tariffe. Essa agisce, infatti, come un “dazio aggiuntivo implicito” ponendo un ulteriore fattore di ombra sull’intesa tra le due sponde dell’Atlantico. Va tuttavia segnalato come il cambio del dollaro/euro sia oggetto di molta attenzione da parte delle Banca Centrale Europea, che probabilmente in questa fase persegue l'obiettivo di limitare l'apprezzamento dell'euro.
Luci e ombre dell’accordo commerciale
Sin dal suo insediamento, l’amministrazione americana ha rilanciato con forza il ritorno a una politica protezionistica più stringente, con molteplici obiettivi;
rafforzare la capacità produttiva della manifattura USA e riequilibrare il deficit della bilancia commerciale del Paese;
aumentare le entrate federali per far fronte all'aumento del deficit pubblico causato dal Big Beautiful Bill.
In un bilancio dei primi sei mesi del secondo mandato Trump, è evidente che le attese di un ritorno in grande stile del protezionismo a stelle e strisce non sono state di certo disattese, a fronte di un’escalation tariffaria senza precedenti e un’impennata dell’incertezza relativa alle politiche commerciali.
Un merito dell’accordo è quindi sicuramente quello di portare certezza in uno scenario in continua evoluzione, chiudendo il clima di attesa esasperata che pesava sugli esportatori europei, con le relative complessità di fissare i prezzi per le campagne di vendita e di relazionarsi con le catene distributive.
Allo stesso tempo rende tuttavia manifesto come il ritorno a una baseline tariffaria pre-Trump e, internazionalmente condivisa, non sia ormai più possibile, rendendo superata l’immagine degli USA come alfieri del libero scambio e dei principi del multilateralismo.
Non a caso l’amministrazione Trump ha più volte sottolineato come le entrate fiscali provenienti dalle tariffe siano necessarie al deficit di bilancio (sebbene da sole sembrano non bastare), prevedendo di incassare, entro la fine del 2025, maggiori entrate per circa 250 miliardi di dollari. Si consideri che da inizio anno il gettito fiscale da dazi si stima essere stato pari a 70.3 miliardi $, più del doppio rispetto allo stesso periodo 2024.
Un aspetto che è però importante chiarire è che il soggetto tenuto al pagamento del dazio in dogana è l’importatore americano, che è quindi l’operatore economico su cui grava l’imposta. Sulle imprese estere che esportano sul mercato USA grava, infatti, un effetto negativo indiretto (attraverso possibili flessioni di domanda o riduzione dei margini), ma non sono i soggetti che materialmente pagano l’imposta, come invece è sottinteso dalla narrazione della nuova amministrazione americana.
Conclusioni
Pur considerando i dubbi che ancora gravano sugli accordi scozzesi tra l'amministrazione Trump e la Commissione UE, l'aumento medio dei dazi sulle importazioni USA dalla UE risulteranno, rispetto alla situazione attualmente in essere, tutto sommato limitato. Alcuni prodotti subiranno un aumento, ma altri, auto in primis, registreranno una diminuzione.
Il tema, tuttavia, da non sottovalutare è che gli Stati Uniti, da promotori della globalizzazione, stanno ora minando quel sistema di cooperazione multilaterale basato su regole condivise che la comunità internazionale ha costruito a partire dal secondo dopoguerra.
In questo scenario di profondo cambiamento, l’Unione Europea ha di fronte a sé una sfida esistenziale che passa per il superamento delle divisioni interne, al fine di ribadire e rilanciare con forza i valori e i principi su cui si basa da oltre 60 anni il sistema multilaterale di commercio mondiale.







