a cura dello Studio Legale Padovan - 16 July 2024
di Veronica Campostrini, economista - 18 July 2025
Gli Emirati Arabi Uniti: l’hub che riscrive le rotte del commercio globale
Emirati Arabi Uniti
Nel cuore incandescente del Golfo Persico, un piccolo Stato si sta muovendo con passo da gigante
Gli Emirati Arabi Uniti, un tempo sinonimo di opulenza petrolifera e skyline futuristici, stanno ora recitando un ruolo sempre più centrale nei nuovi equilibri dell’economia globale. Mentre l’Occidente annaspa tra guerre commerciali, disgregazione geopolitica ed equilibri precari, Abu Dhabi e Dubai si propongono come rare isole di stabilità — e, soprattutto, di opportunità.
Sotto questa traiettoria ambiziosa, tuttavia, si cela una vulnerabilità strutturale: oltre il 90% della forza lavoro è composta da lavoratori stranieri, spesso impiegati in condizioni precarie e con scarsa integrazione nel tessuto socio-economico locale. Un’economia così dinamica, ma fortemente dipendente da capitale umano esterno, solleva interrogativi sulla sua resilienza di lungo periodo.
Indicatore economico da cui emergono evidenti segnali di dinamismo sono gli investimenti diretti esteri (IDE): nel 2024, gli Emirati hanno attratto oltre 45 miliardi di dollari di IDE in entrata, secondo i dati UNCTAD, segnando una crescita circa del 50% annuo, in netta controtendenza rispetto alla contrazione globale. Un traguardo che li ha proiettati nella top ten mondiale per attrattività verso gli investitori esteri.
Oltre il petrolio: la nuova economia emiratina
Se il petrolio resta una leva, non è più il motore esclusivo dell’ambizione emiratina. Secondo la UAE Federal Competitiveness and Statistics Authority, ad oggi circa il 75.5% del PIL nazionale proviene, infatti, da settori non petroliferi: edilizia, logistica, servizi finanziari, turismo e, in rapida ascesa, tecnologie emergenti. Un risultato che risalta ancor di più in una regione dove gli idrocarburi dominano ancora incontrastati.
Guardando al solo turismo, si pensi che la città di Dubai ha accolto nel 2024 un numero record di oltre 18 milioni di visitatori internazionali, in crescita del 9% rispetto al 2023. Questo traguardo riflette gli ambiziosi obiettivi della Dubai Economic Agenda, D33, che mira a raddoppiare le dimensioni dell'economia di Dubai nel periodo 2023-2033 e a consolidare ulteriormente la posizione della città come destinazione globale leader per gli affari e il tempo libero.
La transizione in corso negli Emirati non è però soltanto di carattere economico-industriale, ma anche normativa e diplomatica. Gli Emirati stanno infatti tessendo una fitta rete di accordi, riforme e incentivi per attrarre capitali, know-how e imprese. L’apertura alla proprietà straniera, un sistema fiscale semplificato e la creazione di hub regolatori settoriali (dalla finanza verde al cloud computing) fanno parte di una diplomazia economica tanto attiva quanto pragmatica.
Un partner chiave per l’Europa
In questo contesto, l’Unione Europea si sta muovendo con crescente attenzione. Il volume di scambi di beni tra UE ed Emirati ha raggiunto i 55 miliardi di euro nel 2024, con Abu Dhabi che si conferma prima destinazione dell’export europeo nell’area del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC), con una quota pari al 45%; segue l’Arabia Saudita (36 miliardi di euro, pari al 37% del totale esportato nell’area), a fronte invece di un ruolo minore per i restanti mercati GCC (Bahrain, Kuwait, Oman, Qatar).
Un significativo passo in avanti nelle prospettive di cooperazione UE-Emirati risale a fine maggio 2025, con l’ufficiale avvio delle negoziazioni per un accordo commerciale, volto a liberalizzare gli scambi di beni e servizi, nonché approfondire la cooperazione attorno a dossier strategici: energie rinnovabili, idrogeno verde, materie prime critiche, servizi digitali. Temi su cui l’Europa cerca fornitori affidabili, mentre gli Emirati cercano tecnologie avanzate e investimenti. È una convergenza d’interessi che potrebbe fungere da catalizzatore per le transizioni gemelle — verde e digitale — di entrambe le sponde.
Allargando lo sguardo, i negoziati avviati dall’Europa fanno parte di un più ampio sforzo dell'UE volto ad approfondire i legami commerciali e di investimento con la regione del Golfo in senso lato, al fine di diversificare ed ampliare la propria rete di partenariati internazionali.
L'Italia avanza negli Emirati
L’Italia, dopo anni di sottotono, sembra aver colto il momento. Nei primi tre mesi del 2025, l’export italiano verso gli Emirati è balzato del 49%, in un anno in cui il commercio globale ha segnato invece un calo dello 0.8%. Un risultato che non si spiega solo con la domanda di lusso — dove gioielli e orologi restano forti — ma anche con una crescita marcata nei settori della meccanica avanzata, delle energie rinnovabili, del trattamento acque e delle attrezzature per l’Oil & Gas.
Secondo l’ICE, questi comparti rappresentano ormai oltre il 40% dell’export italiano nel Paese. Il presidente dell'Agenzia ICE - Matteo Zoppas - ha parlato apertamente dell’obiettivo di consolidare l’Italia come uno dei principali partner industriali degli Emirati. Una direzione confermata dal piano da 40 miliardi di dollari di investimenti emiratini in Italia annunciato a febbraio, suggellato da 25 accordi bilaterali che hanno coinvolto nomi come ENI e Fincantieri.
Gli Emirati importano molto più di quanto esportino sul fronte dei beni di consumo. Qui, il “Made in Italy” ha un vantaggio competitivo difficile da eguagliare: qualità, affidabilità, riconoscibilità. L’Italia, infatti, è il terzo principale fornitore di beni di consumo per il paese, dopo la Cina e l’India. Nello specifico, la tabella sottostante riporta i primi cinque comparti di beni di consumo esportati dall’Italia verso gli Emirati Arabi, nel 2024.
Tra pragmatismo geopolitico e vulnerabilità strutturali
La politica estera emiratina si muove su binari multipolari. Le relazioni si moltiplicano, spaziando da India e Cina a Giappone e Australia — non per scegliere un blocco, ma per disegnare un mosaico di alleanze complementari.
È in particolare dal 2022 che gli Emirati Arabi Uniti hanno firmato una serie di accordi di partenariato economico, volti a rafforzare la loro posizione di hub commerciale e ad attrarre investimenti stranieri, al fine di accelerare la transizione verso un'economia meno dipendente dal petrolio. Trattasi di un modello che privilegia la resilienza alla fedeltà, e che impone all’Europa (e all’Italia) di proporre solide partnership tecnologiche e industriali.
Non mancano, tuttavia, le incognite. Il modello emiratino, fortemente aperto al commercio globale, è esposto agli shock: l’export di beni e servizi vale oltre il 110% del PIL. I rischi legati a tensioni internazionali, fluttuazioni del greggio o instabilità monetarie non sono trascurabili. Ma i fondamentali restano solidi: conti pubblici in avanzo, riserve sovrane abbondanti, pressione fiscale contenuta. Il bilancio dello Stato potrebbe sostenersi finché il petrolio resta sopra i 50 dollari al barile – soglia oggi ancora ampiamente superata.
Conclusioni
Gli Emirati Arabi Uniti non sono solo un mercato ricco, ma un ponte strategico tra Asia, Europa e Africa. Rappresentano una piattaforma d’investimenti e un laboratorio di globalizzazione selettiva, dove crescita economica, innovazione tecnologica e influenza geopolitica si intrecciano. Per l’Italia e l’Europa, rafforzare il partenariato con gli Emirati significa accedere a un hub dinamico capace di offrire stabilità, opportunità e visione nel mezzo di complesse transizioni globali.







