a cura di Alba Di Rosa, economista - 12 February 2025

Il commercio mondiale dei beni green: opportunità e sfide per l’industria europea

Negli ultimi anni il tema del cambiamento climatico ha conquistato spazio crescente sulla scena internazionale a fronte di eventi e numeri che, giorno dopo giorno, stanno testimoniando la rilevante entità del problema. Parliamo, ad esempio, del numero di disastri (intesi come siccità, inondazioni, smottamenti…), cresciuto soprattutto tra il 1980 e il 2000, e poi rimasto attorno a livelli annui elevati, nonché dell’aumento delle temperature. Come si nota dal grafico di seguito, l’incremento medio annuo della temperatura globale di superficie, misurato in gradi Celsius, si è mosso in decisa salita negli ultimi decenni, arrivando nel 2023 a toccare un punto di massimo rispetto alla media del periodo 1951-1980.

Fonte: Elaborazioni StudiaBo su dati FAO

Elaborazioni StudiaBo su dati UCLouvain

Di pari passo, è progressivamente aumentata anche la consapevolezza che la lotta al cambiamento climatico rappresenta, allo stato attuale, una fondamentale necessità. Un primo passo verso questa direzione è stato fatto nel 1992, quando al vertice sulla Terra di Rio la comunità internazionale ha riconosciuto la necessità di agire collettivamente per proteggere le persone e l'ambiente e limitare le emissioni di gas serra. Ciò ha portato all’adozione della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici, ratificata da quasi tutti i paesi del mondo. Passo successivo è stato il protocollo di Kyoto, firmato nel 1997 – che ha definito un obiettivo di riduzione delle emissioni di alcuni gas ad effetto serra, giuridicamente vincolante per i paesi sviluppati – per poi arrivare nel 2015 all’accordo di Parigi, con il quale i paesi hanno rinnovato il loro impegno a favore dell'azione per il clima e concordato nuovi obiettivi per limitare il riscaldamento globale. Tuttavia, il percorso verso una risposta globale condivisa non può essere considerato un risultato ormai raggiunto, come dimostrato dalla decisione della nuova amministrazione Trump di ritirare gli Stati Uniti dall'Accordo di Parigi.

L'UE, dal canto suo, ha messo in campo la strategia del Green Deal europeo, stabilendo misure volte a ridurre in maniera significativa le emissioni, verso l’obiettivo di diventare il primo continente a impatto climatico zero. Anche gli Stati Uniti, sotto la presidenza Biden, avevano compiuto un passo significativo in questa direzione con l’Inflation Reduction Act del 2022; con il ritorno dell’amministrazione Trump, i propositi statunitensi appaiono però molto meno ambiziosi, segnando un possibile rallentamento degli sforzi globali per il clima.
Più modesti, infine, gli obiettivi definiti dai maggiori paesi emergenti: la Cina, ad esempio, ambisce alla carbon neutrality entro il 2060, a fronte di un net zero target entro il 2070 per l’India.

Beni green, i protagonisti della transizione

Nel descritto contesto di crescente consapevolezza in merito ai pericoli del cambiamento climatico, un ruolo di primo piano è quello giocato dai beni green, ovvero quei beni pensati per “misurare, prevenire, limitare, minimizzare o correggere il danno ambientale”, fondamentali per la transizione verso un'economia a basse emissioni di carbonio e per l'adattamento ai cambiamenti climatici. Può essere utile, quindi, un'analisi dell'evoluzione del commercio mondiale dell'aggregato di questi beni, guardando ai paesi leader nelle esportazioni e a quelli che rappresentano i principali mercati mondiali.
Per individuare i flussi commerciali dei beni green, abbiamo considerato come riferimento la classificazione dei codici doganali (Harmonized System, HS) diffusa dal Fondo Monetario Internazionale (1) , che include codici afferenti a molteplici categorie merceologiche: parliamo ad esempio di materie prime critiche, impianti di energia rinnovabile, veicoli elettrici, prodotti per l’efficientamento energetico o la gestione dei rifiuti solidi o pericolosi. Elemento di attenzione è che i beni inclusi in questa lista possono ovviamente avere molteplici usi, non contribuendo esclusivamente allo sviluppo sostenibile: infatti, i codici doganali della classificazione HS non sono sempre abbastanza dettagliati da distinguere tra i diversi usi finali del prodotto. Inoltre, tra i codici inclusi nella classificazione non troviamo soltanto beni green in senso stretto, ma anche i cosiddetti environmentally preferable products, ovvero beni che non contribuiscono direttamente allo sviluppo sostenibile, bensì sostituiscono una versione più dannosa per l'ambiente.

Tenendo conto di tali accortezze, andiamo a guardare i numeri del commercio mondiale del settore. Per il cluster di beni green individuato, dai dati di commercio estero ExportPlanning emergono subito due punti chiave: si nota innanzitutto un evidente trend di crescita per la domanda mondiale dai primi anni 2000, passando dai circa 400 miliardi di euro dei primi anni 2000 agli oltre 1880 miliardi di euro stimati per il 2024. Guardando solo agli ultimi anni (2019-2024), il tasso di crescita medio annuo degli scambi mondiali è risultato prossimo al 9%. Inoltre, i dati mostrano con chiarezza come, allo stato attuale, l’export di beni green provenga soprattutto dai paesi ricchi (2): parliamo infatti di quasi il 70% del totale secondo i dati 2024. Ciononostante, le esportazioni provenienti dal gruppo dei paesi middle income stanno crescendo negli ultimi anni ad un tasso quasi doppio rispetto ai paesi ricchi; non giungono invece segnali di crescita dalle esportazioni dei paesi a basso reddito.


Fonte: Elaborazioni StudiaBo su dati ExportPlanning

Le esportazioni provenienti dai paesi a medio reddito sono riconducibili soprattutto alla Cina, che risulta essere il maggiore esportatore mondiale di beni green; seguono, nel ranking dei maggiori esportatori, la Germania, gli USA, il Giappone e la Corea del Sud. L’Italia, dal canto suo, si colloca al 6° posto della classifica dei maggiori paesi esportatori, rappresentando quindi il secondo maggiore player a livello europeo.
Allargando l’analisi alle macro-aree geografiche, sono UE e Asia in senso lato a contendere la leadership per l’export di beni green: secondo i dati 2024, ad ognuna delle due aree è infatti attribuibile quasi il 40% delle esportazioni mondiali del settore; più modesto il ruolo dell’area USMCA (United States-Mexico-Canada), pari a poco più del 10%.

Primato dell’elettrico e focus Italia

Nel paniere dei beni green, la quota più significativa fa riferimento al comparto dei veicoli elettrici, che si sono distinti negli ultimi anni anche in termini di dinamismo degli scambi commerciali mondiali: come si nota dal grafico di seguito, il tasso di crescita medio annuo (Compound Annual Growth Rate, CAGR) è risultato infatti pari ad oltre il 20% in euro nel periodo 2019-2024, arrivando a quota 540 miliardi di euro di scambi mondiali nel 2024. Segue il comparto della gestione dei rifiuti solidi/pericolosi e relativi sistemi di riciclaggio (CAGR: 5.5%), quello degli impianti di energia rinnovabile (CAGR: +5.7%) e quello dell’efficientamento energetico domestico e industriale (CAGR: +4.9%); ognuno di tali comparti si è collocato nel 2024 nella fascia 250-300 miliardi di euro in termini di scambi commerciali mondiali.

Fonte: Elaborazioni StudiaBo su dati ExportPlanning


In questo contesto, come si colloca la performance dell’export italiano?

Quali mercati stanno fornendo segnali di crescente apprezzamento per la qualità dei beni green made in Italy?


Se la quota più ampia del commercio mondiale di beni green fa riferimento ai veicoli elettrici, non è questo il caso delle esportazioni italiane: come descritto in un precedente articolo, l’Italia produce sì una quota significativa di veicoli elettrici e ibridi sul totale delle autovetture, ma trattasi nel complesso di numeri modesti. Allo stato attuale, le esportazioni italiane di beni green si concentrano soprattutto su tre comparti: l’efficientamento energetico domestico e industriale (18.9 miliardi di euro nel 2024), la gestione dei rifiuti solidi o pericolosi e sistemi di riciclaggio (14.1 miliardi) e gli impianti di energia rinnovabile (8.9 miliardi);  i veicoli elettrici (7.6 miliardi) sono solo al quarto posto.

Fonte: Elaborazioni StudiaBo su dati ExportPlanning

Focalizzandoci sui 15 maggiori mercati di destinazione dell’export italiano per ogni specifico sotto-settore, guardiamo allora i più dinamici.

  • Considerando il tasso di crescita medio annuo delle nostre esportazioni nel periodo 2019-2024, per il comparto dell’efficientamento energetico spiccano i casi di Qatar, Turchia e Arabia Saudita, con un tasso di crescita medio annuo delle importazioni dall’Italia di oltre il 15%. Trattasi di mercati di sbocco minori per il nostro paese (al momento il Qatar si colloca al 15° posto, la Turchia all’8°, l’Arabia Saudita al 5° tra le destinazioni dell’export del comparto), ma in forte crescita.
  • Per la gestione rifiuti, si segnala il dinamismo del mercato svedese per le esportazioni italiane (al momento in 15esima posizione tra i mercati di destinazione del comparto), seguito da Turchia, Olanda e Messico. Tutti i mercati citati hanno mostrato un tasso di crescita medio annuo dell’import dall’Italia di oltre il 10% nell’ultimo quinquennio.
  • Anche sul fronte dell’energia rinnovabile spicca al primo posto il Qatar, seguito da Messico, USA (primo mercato di destinazione per l’export italiano del settore), e anche il più piccolo mercato di Singapore: i quattro mercati hanno mostrato tassi di crescita medi annui dell’import dall’Italia di oltre il 15%.
  • Per i veicoli elettrici, spicca infine il dinamismo dei mercati canadese e americano (rispettivamente 14° e primo mercato di destinazione per l’export italiano del comparto), ma anche quello dei più vicini Svizzera e Turchia.

Conclusioni

Il commercio mondiale di beni green sta attraversando una evidente fase di evoluzione e crescita, trainato da politiche ambientali sempre più stringenti e da una crescente consapevolezza da parte di consumatori e aziende. Alcuni mercati si stanno rivelando particolarmente dinamici, offrendo nuove opportunità per le esportazioni italiane in specifiche categorie merceologiche. Nei prossimi anni, il consolidamento della transizione ecologica, e i conseguenti investimenti in tecnologie sostenibili, saranno fattori chiave che potranno ridefinire le catene del valore internazionali. Tuttavia, l’orientamento delle politiche climatiche potrebbe subire un’importante battuta d’arresto con il ritorno della nuova amministrazione Trump, il cui approccio meno ambizioso rispetto al passato potrebbe rallentare l’impegno globale, soprattutto in uno dei mercati più influenti al mondo. Questo scenario aggiunge un elemento di incertezza che le imprese dovranno considerare nelle loro strategie di internazionalizzazione.
Monitorare questi trend e comprendere le specificità dei diversi mercati sarà dunque ancora più cruciale per le imprese che intendono posizionarsi in un panorama competitivo e in rapida evoluzione, dove le dinamiche geopolitiche e le scelte politiche nazionali potranno incidere significativamente sulle traiettorie di sviluppo del settore.
 

[1]Fonte: IMF | Climate Change Dashboard

[1]Si rimanda alla classificazione World Bank per la suddivisione dei paesi del mondo per fascia di reddito (low, middle e high income).

 

Se desideri maggiori informazioni, contattaci.