di Alba Di Rosa, economista - 11 marzo 2026
di Alba Di Rosa, economista - 11 marzo 2026
Quadro macroeconomico e sviluppi industriali nel paese del Dragone
Cina
Ad oggi, la Cina occupa una posizione centrale negli equilibri economici e geopolitici globali; tale posizionamento è il risultato di un lungo processo che ha riguardato la crescita del settore privato, la liberalizzazione di salari e prezzi, il sostegno alle esportazioni e l'apertura agli investimenti stranieri: ciascuno di questi tasselli ha svolto un ruolo fondamentale nell'ascesa del gigante asiatico. La liberalizzazione economica dopo il 1978 ha infatti generato un afflusso di capitali stranieri, tecnologia e know-how manageriale; la Cina, dal canto suo, ha assimilato e adattato in modo rapido ed efficiente le tecnologie straniere, e effettuato massicci investimenti governativi nelle infrastrutture e nell'industria.
Anno chiave in questo percorso è stato il 2001, ricordato per l’ingresso del paese nella World Trade Organization (WTO). In quegli anni, la Cina ha imboccato un solido processo di industrializzazione e integrazione nel più ampio quadro economico globale: in combinazione con l'enorme bacino di manodopera a basso costo, le politiche cinesi hanno dunque preparato il terreno all’ascesa di una nuova potenza manifatturiera.
I dati di commercio estero testimoniano tale percorso: la crescita della quota delle esportazioni cinesi sul totale degli scambi mondiali è stata continua dai primi anni 2000, arrivando a conquistare nel 2009 la prima posizione tra i paesi esportatori di beni – ruolo tuttora saldamente conservato. È a partire dal 2020 che la quota cinese ha imboccato un assestamento, consolidandosi attorno al 14% del totale del commercio mondiale.
Nonostante la solida leadership guadagnata sul fronte del commercio internazionale, nell’attuale momento storico la Cina non si trova, però, esente da nuove sfide. Tra queste troviamo, in primis, la necessità di fornire slancio ai consumi domestici – tanto più nell’attuale epoca di neo-protezionismo inaugurata dall’amministrazione americana.
Per delineare un quadro aggiornato dell’attuale situazione economica cinese, andiamo allora ad esaminare gli ultimi dati disponibili, tanto sotto il profilo macroeconomico che sul fronte degli sviluppi industriali e commerciali.
Economia cinese: in attesa del boost della domanda interna
Malgrado i molteplici shock affrontati dall’economia cinese negli ultimi anni – dall’avvio delle diatribe commerciali con gli Stati Uniti già in occasione del primo mandato Trump, alla pandemia da Covid-19 – la crescita del paese ha conservato resilienza, supportata da esportazioni robuste e stimoli fiscali.
Gli ultimi numeri rilasciati lo scorso gennaio dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) segnalano una crescita del PIL cinese del 5% nel 2025; trattasi di una revisione al rialzo di 0.2 punti percentuali rispetto alle precedenti stime dello scorso autunno. Anche per il 2026 la crescita del paese è stata rivista al rialzo, arrivando al +4.5%, e riflettendo la riduzione delle aliquote tariffarie USA sui prodotti cinesi a seguito della tregua commerciale annuale concordata lo scorso novembre, nonché le misure di stimolo che si presume saranno attuate nell'arco dei prossimi due anni.
La crescita del paese si prevede dunque ancora dinamica, sebbene su ritmi più contenuti rispetto al 2025, riflettendo l’effetto prolungato di tariffe e incertezza della politica commerciale. Parallelamente, appare evidente come, in una prospettiva di lungo periodo, l’economia del paese del Dragone stia attraversando un fisiologico e graduale rallentamento dei propri ritmi di crescita, anche in virtù della naturale transizione da economia emergente a economia matura.
Fonte: elaborazioni StudiaBo su dati FMI
Nel contesto descritto, la maggiore sfida che la Cina deve affrontare riguarda, secondo gli osservatori internazionali, la debolezza della sua domanda interna, e la crescente dipendenza dalla domanda internazionale – binomio inefficace come motore di crescita del paese in un’ottica di lungo periodo. Segnali su questo fronte giungono da molteplici indicatori: si pensi ad esempio all’indice di fiducia dei consumatori cinesi – che si colloca su livelli inferiori tanto rispetto alla sua media di lungo periodo, che rispetto ai benchmark di Stati Uniti e Eurozona – ma anche alle prolungate pressioni deflazionistiche in atto nel paese dal periodo post-Covid, complice la diffusa overcapacity dell’industria nazionale.
Fonte: elaborazioni StudiaBo su dati OECD
Secondo il Fondo Monetario, nell’attuale fase storica risulta prioritario che le politiche economiche cinesi guidino la transizione del modello di crescita del paese, abbracciando un modello basato sui consumi interni tramite l’implementazione di innovazioni strutturali – in primis il consolidamento delle reti di sicurezza sociale. Il rafforzamento della protezione sociale emerge quindi come attore di primo piano verso l’obiettivo di incrementare fiducia e consumi interni, riducendo il risparmio precauzionale delle famiglie cinesi.
Sulla stessa linea si colloca anche il Piano Quinquennale del Partito Comunista Cinese (PCC) per il periodo 2026-2030; nei primi spunti condivisi, è emerso infatti con chiarezza l’obiettivo di stimolare significativamente i consumi delle famiglie, affinché la domanda interna possa sempre più guidare la crescita economica nazionale, sfruttando appieno il suo potenziale.
Sbloccare le potenzialità di un mercato domestico molto ampio renderebbe la crescita economica cinese meno dipendente dalla domanda esterna e, di conseguenza, più resiliente; il FMI ha inoltre evidenziato come ciò fornirebbe beneficio anche alla crescita globale in senso lato, alla quale il secondo paese più popoloso al mondo contribuisce per quasi un terzo.
Export performance: tra guerra commerciale e riallocazione geografica
Gli obiettivi di sostegno della domanda interna non implicano, di contro, una ritirata dai mercati esteri per il maggiore esportatore internazionale. Come spiegato dall’International Institute for Strategic Studies, gli obiettivi del Partito cinese si inseriscono piuttosto nel “New Development Concept”: il concetto include la cosiddetta “strategia della doppia circolazione”, volta a sostenere la crescita del mercato interno e ridurre la sua dipendenza dal commercio estero, promuovendo l’autosufficienza del paese; di pari passo, prosegue l’interazione con i mercati internazionali, per rafforzare la presenza cinese nelle catene di approvvigionamento globali.
In effetti, i dati di commercio estero confermano, anche per il 2025, la solidità della performance cinese in termini di esportazioni, sebbene in un contesto internazionale di significative tensioni tariffarie. Come si nota dai dati ExportPlanning, che riportano la performance trimestrale dall’export cinese al netto dell’effetto prezzi, negli ultimi due anni l’export del paese è rimasto continuativamente in territorio positivo, segnando un incremento di oltre il 4% a prezzi costanti nel 2025, dopo il rimbalzo del 2024 (+8.2%). Si segnala, inoltre, l’accelerazione del saldo commerciale cinese a partire dal 2019, arrivato a toccare nel 2025 la soglia dei 1189 miliardi di dollari, secondo i dati della General Administration of Customs cinese.
Se un elemento di supporto all’export è stato svolto dalla debolezza della valuta cinese, che non gode ancora di un cambio liberamente fluttuante, è al tempo stesso indubbio che le esportazioni cinesi hanno mostrato un’efficiente capacità di adattamento e riallocazione, nel descritto contesto di guerra commerciale.
Guardando alle dinamiche 2025 dei flussi per area geografica di destinazione, si nota come, in termini di valori, sia stata l’Asia ad aver assorbito il maggiore incremento delle esportazioni cinesi lo scorso anno (+78.6 miliardi di euro, pari ad una crescita del +5.7% rispetto al 2024); in termini di dinamismo, spicca invece l’Africa subsahariana (+22.4%, a fronte di un incremento pari a 22.2 miliardi di euro). Troviamo al terzo posto, in termini di valori dell’incremento, l’area MENA (verso la quale le esportazioni cinesi sono cresciute del +7.2% nel 2025, pari a +15.2 miliardi) e, soltanto al quarto posto, l’Unione Europea, verso la quale l’export cinese è cresciuto di 14.7 miliardi (pari a poco più del 3% rispetto al 2024). Di contro, le esportazioni verso il Nord America hanno segnato un calo del 17% (ovvero una riduzione di oltre 100 miliardi di euro).
La riallocazione delle esportazioni cinesi nel 2025 (miliardi di euro)
In un contesto di generalizzata incertezza delle politiche commerciali globali, è stata quindi soprattutto la domanda dei paesi in via di sviluppo a sostenere la crescita delle esportazioni cinesi, garantendo anche nel 2025 una significativa resilienza in termini di performance.
Allargando lo sguardo al periodo post-Covid, emerge come tale divergenza nella performance dei flussi di beni cinesi verso le aree geografiche di destinazione sia in realtà un fenomeno già avviato da qualche anno, e non soltanto attribuibile alle dinamiche del 2025. Ponendo pari a 100 i livelli delle esportazioni cinesi per area geografica di destinazione nel 2019, si nota infatti come, nell’evoluzione degli anni a seguire, i flussi diretti verso l’area nord americana siano arrivati a collocarsi, nel 2025, su un punto di minimo rispetto alle restanti destinazioni; best performer, invece, il mercato dell’Africa Sub Sahariana, seguito da America Latina e area MENA.
Evoluzione merceologica: cresce il valore aggiunto dell’export cinese
Ulteriore punto di attenzione della presente analisi è la specializzazione merceologica dell’export cinese, e la sua relativa evoluzione. Di pari passo con la descritta riallocazione geografica, la struttura delle esportazioni cinesi sta infatti evidenziando anche un progressivo miglioramento del proprio posizionamento nella scala del valore aggiunto.
Se tali evidenze sono attualmente testimoniate dai dati di commercio estero, è stata in realtà la pianificazione strategica a precederle e guidarle: si pensi, ad esempio, al piano “Made in China 2025”, strategia varata nel 2015 per supportare l’evoluzione del paniere di export cinese verso prodotti di elevata qualità e tecnologia; a sua volta, anche il Piano per il periodo 2026-2030 sta mantenendo la centralità di tali obiettivi, mirando ad un solido upgrading del tessuto industriale nazionale.
Su questo fronte, interessanti conferme quantitative giungono, ad esempio, dalle Nazioni Unite, che hanno misurato la percentuale di beni di media-alta tecnologia sul totale delle esportazioni manifatturiere, per oltre 150 paesi. I dati per il caso cinese testimoniano una crescita notevole di tale quota negli ultimi decenni: dal 47% del 2001, anno di ingresso nel WTO, al 62% nel 2023. Di contro, tra le maggiori economie mondiali si segnala per la Germania una stabilità nel medesimo periodo della percentuale dei beni a medio-alto valore aggiunto (73%), un lieve calo per il Giappone e un modesto aumento per l’Italia.
I dati in merito alle esportazioni cinesi nel dettaglio delle macro-aree merceologiche integrano l’analisi di tale trend: si nota infatti, nell’arco dell’ultimo ventennio, una progressiva riduzione della quota di beni di consumo sul totale delle esportazioni, a fronte di un ampliamento delle quote di beni di investimento e intermedi. Allo stato attuale, sono questi ultimi a rappresentare la quota preponderante sul totale dell’export del paese (pari al 36% del totale esportato nel 2025), seguiti dai beni di investimento (32%) e di consumo (22%). Secondo i dati ExportPlanning, per 9 su 10 dei comparti di beni intermedi considerati, la Cina ha guadagnato negli anni, e ad oggi detiene, la prima posizione tra gli esportatori mondiali.
Beni intermedi: posizionamento export cinese sulla scena mondiale
Posizione Cina nel ranking dei maggiori paesi esportatori
Focus chimica
Il progressivo spostamento dell’export cinese verso beni intermedi e beni di investimento trova una delle sue manifestazioni più evidenti nel settore chimico, che negli ultimi vent’anni ha conosciuto un’evoluzione strutturale sia in termini di volumi sia di qualità dell’offerta. La traiettoria del settore chimico riflette infatti, in modo emblematico, l’evoluzione dell’export cinese: da piattaforma manifatturiera orientata ai beni di consumo, a fornitore sistemico di input industriali critici per le catene globali del valore. In questo quadro, la chimica non rappresenta soltanto una voce rilevante dell’interscambio, ma uno snodo strategico nelle relazioni economiche tra Cina e Unione Europea.
Per molto tempo, la Cina si è accontentata di produrre prodotti chimici di base, senza prestare particolare attenzione all'innovazione dei processi o dei prodotti. Tuttavia, dopo il lancio dell'iniziativa Made in China 2025, la Cina ha concentrato maggiormente la propria attenzione su prodotti chimici per nuove applicazioni, tra cui batterie, semiconduttori e pannelli solari, con un forte sostegno da parte del governo.
Uno dei punti di forza del settore chimico è infatti proprio il suo ampio raggio di applicazione in molteplici settori manifatturieri: secondo Federchimica, i prodotti chimici sono ad oggi contenuti nel 95% di tutti i manufatti, spaziando tra settori chiave come quello automobilistico, edile, elettronico, agricolo, farmaceutico, sanitario e della cura della persona.
Complice tale sviluppo, ad oggi la Cina rappresenta non soltanto il maggiore esportatore di prodotti chimici di base organici e inorganici, ma anche di beni intermedi chimici, a fronte di un progressivo consolidamento del suo vantaggio produttivo legato ad una produzione su larga scala e bassi costi di produzione. Trattasi dunque di una leadership ormai difficile da ignorare, anche dal punto di vista degli operatori europei del settore, che negli ultimi 15 anni hanno invece assistito ad una riduzione delle proprie quote sul mercato chimico globale di quasi 10 punti percentuali in termini di vendite nominali. Secondo i dati Cefic (The European Chemical Industry Council), la quota di mercato UE è passata dal 21% al 13% tra il 2009 e il 2024, a fronte di una quota cinese cresciuta dal 24% al 46% nello stesso periodo.
Conclusioni
Nel complesso, l’economia cinese si trova oggi a gestire un equilibrio delicato: da un lato la necessità di rafforzare la domanda interna, ancora insufficiente a compensare la debolezza del ciclo immobiliare e la cautela delle famiglie; dall’altro la persistente solidità del canale estero, che nel 2025 continua a sostenere la crescita grazie alla diversificazione dei mercati di sbocco e alla capacità di presidiare nuove aree geografiche. È però soprattutto nella composizione merceologica dell’export che emerge il cambiamento strutturale più rilevante: la progressiva riduzione del peso dei beni di consumo a favore di beni di investimento e, soprattutto, di beni intermedi segnala un evidente upgrading del posizionamento industriale del Paese.
I numeri in merito al surplus commerciale cinese, sempre più concentrato in comparti strategici per la nuova manifattura globale, confermano questo trend, e testimoniano un rafforzamento strutturale della competitività del paese asiatico in specifici segmenti produttivi: veicoli elettrici, batterie e sistemi di accumulo energetico, tecnologie per le energie rinnovabili e, più in generale, chimica e materiali intermedi. Il settore chimico, in primis, rappresenta un esempio emblematico di questa trasformazione: la Cina è oggi leader mondiale nell’export di intermedi chimici e di numerosi prodotti di base organici e inorganici, rafforzando il proprio ruolo di fornitore sistemico di input critici per le catene globali del valore. Per l’Unione, ciò implica una duplice sfida: da un lato una crescente dipendenza da forniture strategiche, dall’altro una pressione competitiva sempre più intensa per l’industria chimica europea, chiamata a difendere quote di mercato in un contesto globale caratterizzato da elevata capacità produttiva e forte sostegno industriale da parte di Pechino.






